Scritto da Luca Burei in di cibo, divagazioni | Commenti disabilitati
Parigi, o cara…(remixed)
Vi son volte che uno si domanda ripetutamente il perché delle proprie azioni. Sul Palatino Roma-Parigi, per esempio, preso all’ultimo per lo sciopero dei controllori di volo, con il vagone ristorante che non ha corrente e dei disperati che addentano famelici tortellini al pomodoro ancora congelati, con l’acqua che non viene, né calda né fredda, con lo spiffero da una finestra che non si chiude bene, con le solite due ore e passa di ritardo, quelle due ore e passa di ritardo che ti fanno arrivare in una grigia, fredda, piovosa Gare de Bercy che è quasi ora di mangiare. E il tutto per veder invecchiare un amico, lo stesso che ti consiglia, se hai, fame, di fare un salto da
Claude Colliot
I Marais son vuoti come il locale spoglio di quasi tutto, clienti compresi. E’ una sottrazione che inizia dall’arredamento per finire nei piatti, essenziali e sorprendenti a dispetto di un umore, il mio, sgualcito dalla notte insonne e dalla lunga camminata sotto la pioggia. E la ragazzina impacciata, dall’improbabile accento francese e svedesi occhiblu dallo sguardo perso, mi mette perfino tenerezza nel suo sforzo di dirmi che se non amo crudi i gamberi blu che mi ha posato di fronte, tra leggere spezie e germogli di soia, posso versarvi sopra il bouillon de poisson. Mi piacciono crudi e mi piace il caldo saporoso del brodo che toglie l’essere intirizzito perfino nell’anima. L’anatra che segue fa il suo dovere, saziando con sapienza e misura, senza voler esser più di un’anatra. La lacrima di cioccolato, invece, crema densa, scura, in bilico tra dolce e molto amaro, provocata da un patè quasi grezzo di olive, è discorso di voluttà fin esagerata, quasi che non sia un pomeriggio di mezza settimana quello che si srotola fuori dalla vetrata affacciata alla stradina, ma una promessa di dolci abbandoni. Il conto non supera i 40, con un verre de sancerre, e lo chef autografa con simpatia un bel libro di 60 ingredienti per 60 ricette. Scendo a Bastille, m’incammino sotto la pioggia: oggi è giornata con ritmi suoi, per una volta. Saluti, abbracci, metro, la coda davanti al Grand Palais per un Turner imponente, ma non emozionante, che perde ai miei occhi nei continui confronti, soprattutto quello sciovinista con un Canaletto delizioso, sospeso, in punta di piedi (ah, per un Canaletto andrei in capo al mondo). Ci si è preparati alla sera. Si va da
Rino
Mi sta simpatico Giovanni, io che non lo conoscevo, parvenu gastronomico, eppur lo conoscevo, ché da Uno e Bino ci andavo spesso quando gli unici ingredienti che amavo di una cena erano i contratti firmati del giorno dopo. Mi sta simpatico come i suoi piatti che hanno lo stesso suo sorriso, lo stesso guizzo che s’indovina negli occhi, quello scarto creativo e di passione che non vuol solo raccontare sé stesso agli altri, ma gli altri a sé stessi, e ancor oggi ascolto nella memoria i suoi ravioli in testina e quei saltimbouche alla romana. Mi sta simpatico questo locale che non pretende, ma accoglie e suggerisce, avvolge alla fine di una giornata che può esser stata lunga, come spesso nelle grandi città, da turisti o vittime locali, e che può, qui, ricominciare daccapo. Mi stanno assai più simpatici, Giovanni e Rino, del Dom Ruinart Rosé ’96 che par uno di quei preti stanchi di una pigra parrocchia di ottuagenari, ove uno splendido futuro, a chiunque dedicato, è stato coperto dai centrini della perpetua. Ecco dunque il Fleury, ecco la ricerca della boccia successiva al
Baratin
Chiediamo di Jacques, troviamo Philippe. Chiediamo champagne e troviamo Vouette e Sorbée. Unodue: Terre d’Argille e Rosé de Saignée. La lingua si scioglie, i pensieri filano via lisci tra progetti, filari di Gautherot, vignerons champenois, quaderni champenois, ammirazione champenois, quella punta di fame che ci è venuta e Philippe che si ferma a parlare, con l’attenzione che cresce, la simpatia pure, l’alcool non ne parliamo. Un Mont d’Or a cucchiaiate, manco fossimo digiuni da giorni, si unisce Morel di Blanc&Rouge, si ferma Raquel, dicono cuoca leggiadra e da non perdere, moglie di Philippe, si stappa Pacalet e Roche Prieur, si fuma un R&J Piramides Edicion Limitada (chissà Morel a ricordarsi l’italiano con la voce ormai impastata che gli fa fare un tiro…), si esagera con un Calvados che ha lo stesso effetto di una randellata sulla nuca, si artiglia un taxi, si vede stroboscopica una notturna Parigi, si saluta il portiere addormentato e fondamentalmente gay, si piomba nel baratro del sonno al quale si viene strappati da una cameriera confusa, da un caffè confuso, da un mal di testa confuso, come nella peggior letteratura maudit, con la bocca che sembra foderata di quella moquette felpata e consunta che porta con sé il fumo di migliaia di sigarette post coito. San Pellegrino facci la grazia! Ci aspetta il clou della doppietta parigina, ovverossia
L’Arpège
Ed è una filastrocca vegetariana, come tutte le filastrocche che all’inizio t’inteneriscono e pensi, sì, che sia purezza ed innocenza e riscoperta e poi, man mano che la senti, ti accorgi di pensare che sì, i bambini son tanto carini, le filastrocche anche, la purezza e l’innocenza son importanti, la riscoperta manco a parlarne, la sublimazione ti piace, epperò han questo essere così semplicemente, ripetitivamente, ossessivamente simili a sé stesse, simili a tant’altro, tanto simili che all’andar avanti, di note e piatti, di piatti che sembran note messe lì per caso, con ritmi schizofrenici, 15 piatti in 60 minuti e 3 in 90, con la routabaga in purea e poi bollita e poi nel couscous e poi insieme al potagier, sto potagier che ritorna sempre, giallo, verde, rosso che la betrave la fa da padrona, e poi rosso verde giallo e comunque la betrave la fa da padrona e poi verde rosso che la betrave la fa da padrona e giallo con però un’erbetta che forse prima non c’era, o c’era?, e la cottura leggermente differente, o no?, e il piatto che ora ha i ghirigori diversi da quelli del piatto di quelli accanto che mangiano uguale, o diverso?, che pagano uguale, o diverso?, che son venuti dopo di te ma mangiano comunque gli stessi piatti, anche se in ordine sparso, e poi insieme allo champagne che ci sta così bene con la ruotabaga o con un altro di quei porri o radici o tuberi o nonsochè che ti fissa per la giornata un retrogusto di terra invecchiata, e ti domandi il perché di questa filastrocca incomprensibile, col sapore all’inizio, quanti piatti fa?, ed il resto in un monocorde decrescere, quasi che l’orgasmo possa essere l’acconto di una monotonia relazionale, si gode prima e si scopa dopo, per finire con un francamente immangiabile e mal interpretato millefoglie al cioccolato amaro e caramello al sale (ridatemi Antonello Colonna!) e, sì, ancora, l’ultimo ritornello a cui mi sottopongo con l’inganno, quella piccola pasticceria di teneri, mignon, affascinanti e delicati macaron, immancabilmente, definitivamente, insopportabilmente alla betrave, al basilico e a un altro tubero che la mia psiche esausta si rifiuta di ritenere e io mi ripeto che, sì, i bambini sono tanto belli, le filastrocche pure, l’essenza, la purezza, la sublimazione neanche a parlarne, ma alla fine, confessiamolo, a volte, sono anche una gran rottura di coglioni. E mentre correvo fuori dall’anonimo ristorante (il tocco di classe del Drappier versato in flute promozionali Laurent-Perrier) verso la mia partenza Orlyana, il telegenico chef mi saluta con calore e simpatia, come fossimo amici da una vita ed avessi assistito alla prima della Butterfly e non ad un karaoke vegetariano. E se volevo la realtà, la verità, pura e anche dura, eccomi servito varie RER dopo, la conferma che i francesi quando scioperano lo fanno sul serio e son capaci, forse con una gitanes in bocca ed il viso segnato di Jean Gabin, di far saltare il tuo volo anche quando sei già in sala d’imbarco. Resto un giorno in più, un portiere addormentato, perseguitato, ansioso ed imbranato in più, un’inutile inseguimento del Call Center di EasyJet (chiunque mi veda ancora prender un volo EasyJet ha il permesso di sputarmi in un occhio), il tempo di andar da
Paul Bert e Ribouldingue
Bistrot bistrot, Paul Bert. Una deliziosa ragazza francese al banco all’entrata, specchi e bottiglie di vino, che ci fa sedere saltando al fila ed alimentando falsamente la speranza che sia il mio fascino latino ad aver colpito, anche se mi sento un tubero, sarà Passard?, e devo aver un colorito verdastro. Menu alla lavagna, un bel mangiare senza troppe pretese, ma piacevolmente quello che ci si aspetta. Il soufflé al Gran Marnier, a suggellare il tutto, si presenta con quel tanto di grazia, fascino, delicatezza e sapore da resettare la bocca. Finalmente. Ed il giorno dopo, la scoperta della Ribouldingue, paradiso del quinto quarto affacciata a St Julien Le Pauvre, che gli habitué dicono esser il più bel posto di Parigi, e non hanno torto. Per tante ragioni, anche quelle dell’anima, che si sa, è ben più difficile da saziare dello stomaco
Claude Colliot
40, rue de Blancs-Manteaux
75004 Paris
T. +33 (0)1 42 71 55 45
www.claudecolliot.com
Per gli altri indirizzi
"Parigi, o cara…" di Alfonso Isinelli
