Scritto da Libero Sabaudo in d'altro, divagazioni | 1 commento
il primo sorso per la terra
È solo d’inverno, sulle colline, che la sete taglia lingua e fiato.
L’ultima estate si era posata appena sulla langa intorno a Murazzano: le macchie di pinastri sui bricchi davano ombra, e le sorgenti non si erano seccate. Ma con lo sbandamento dell’inverno era caduta a coltre una neve asciutta e arida che faceva deserto di ogni gerbido e rittano.
Le marce forzate a mezza costa in scampo al rastrellamento, con le gambe a scavare meridiane nella neve intatta, toglievano le forze e scaldavano la sete. Il Biondo con la mano a conca coglieva di taglio la superficie cedevole e bianca, e ne cacciava manate in bocca. Ma era neve di cristalli vuoti, pareva fatta d’aria azzurra e pura. Di tutto quel freddo masticato non restavano che poche gocce sottili e inutili alla sete, che gelavano la lingua e facevano la vista un po’ più torbida.
Il Biondo si toccò la fronte ancora, scostando il cappellaccio con la stella rossa. Dal giorno avanti aveva quella poca febbre che gli dava smania. Aveva deciso allora quel giro largo che lo portava adesso all’intorno di Dogliani, alla cascina accosto ai filari pettinati che l’aveva nascosto qualche mese prima. Avrebbe così fatto più cammino ancora per tornare poi in alto a Murazzano di traverso alla strada Pedaggera, ma a spingerlo e a piegarlo a fondovalle erano febbre e sete, verso l’unico rimedio che sapeva. Nell’interrato sotto il rustico della cascina c’erano intatte alcune bottiglie, con il vino a maturare aromi in ombra per scontare tutto il sole preso prima. Un vino scuro, denso, forte, e non arreso. Il Biondo immaginava le prime gocce sparse sulla neve, calde come sangue, a cancellare quello specchio bianco che faceva stringere gli occhi al giorno. Il primo sorso per la terra, il secondo per la febbre e il terzo, lungo e a bottiglia verticale, per dimenticare ogni sete.
La febbre era adesso alta, mentre il sudore gelava sotto il giaccone rammendato. Senza la gola così secca e calda, il Biondo avrebbe certo fatto caso alle peste ammucchiate attorno al rustico. Ma tutto quel bianco rendeva ciechi, e metteva fretta al passo. Scese nell’interrato buio chinandosi in altezza, e quasi si scontrò con l’altro. Nell’ombra che lenta si disfaceva nello scantinato, sarebbe parso uno del posto, con la pelle cotta e i capelli bruni. Ma il verde della divisa aveva alamari stranieri e foschi. Il soldato teneva la bottiglia in mano, il collo scheggiato e rotto per la beva, e qualche goccia scura all’angolo della bocca. Guardò immobile il Biondo che si era trovato per caso tra lui e la pistola mitragliatrice poggiata alla scansia, e irraggiungibile; poi sorrise, offrendogli bottiglia e tregua. Willst du?
Da quanti giorni girava per colline senza fermarsi, in una fuga che doveva durare fino alla nuova primavera? Il Biondo non ricordava più, la bocca arsa come se avesse masticato sale. Era lontano anche l’odore di pericolo che lo aveva tenuto vivo. Appoggiò lo Sten al muro, e prese in cambio la bottiglia aperta. Uno per la terra, uno per la febbre, e uno per ogni sete.
Fuori c’era un mondo incomprensibile, ma lì, nascoste come radici sottoterra, c’erano una pace liquida e ogni soluzione. Questo pensò il Biondo, mentre il vino diventava corpo e sangue; questo e nulla più, prima che tutto si facesse definitivo e bianco ai colpi ripetuti di machine-pistol.

la transustanziazione più bella, di solito, è quella della letteratura: come i corpi, le gocce, il vino e il sangue diventano parole e bellezza, cibo per la mente. E poi il contrario: come le parole ridiventano corpo, terra, goccia rossa in campo bianco. Come i ricordi.
Bellissimo.