11 nov 2009

Scritto da Luca Burei in d'altro, divagazioni | Commenti disabilitati

uma bifana è più del tempo per cuocere

uma bifana è più del tempo per cuocere
Una bifana son circa quarantacinque minuti un‘ora, a seconda del luogo.
Ma può essere anche meno. O più.
Si può dire, per esempio, ci vediamo tra una bifana, dando così solo un vago appuntamento, un’indicazione di massima, un’appiglio a cui appendere le lancette.
Viene cotta tra spezie la carne di maiale in fette piccole e sottili (taglio poco conosciuto qui, se non tra Toscana e Lazio, dove la sento chiamare “sovracosta”) e si adagia del quejo tagliato fine a sciogliersi sopra.
Una fetta di pane casareccio dalla mollica fitta, una foglia d’insalata verde appena lavata ad accogliere la carne. Poi, a coprire, cipolla tagliata a mezze rondelle, che lì è dolce e saporita, sale e pepe. Accanto, un’altra fetta di pane con solo l’insalata verde e qualche fetta di pomodoro. Il bianco del piatto e l’asciutezza del maiale, così, trovano equilibrio.
Se il sole arde, il vento porta via la sabbia da duna a duna, il mare è freddo, i muscoli dolgono, la pelle tira per il sale e ci si avvicina lentamente, a piedi nudi, sull’asfalto ed il ciotolato, ci si siede dopo aver lasciato poco distante la macchina e le tavole, le banconote umide stropicciate in tasca, un sigaro semispento, allora il tempo è un rosario lento di Imperial in bicchieri ghiacciati, frasi a mozzichi su onde e gesta, palpebre abbassate per il riverbero e lunghi silenzi.
Se la nebbia sale improvvisa, il mare si fa grigio e distante, il freddo aghi nelle mani scoperte dalla muta, le labbra tendono al blu e ci si avvicina lentamente, a piedi nudi, la felpa a coprire i brividi, il cappuccio in testa, ci si siede col fiato corto, la banconote umide stropicciate in tasca, un sigaro semispento, allora il tempo è sempre un rosario lento di Imperial in bicchieri ghiacciati, che freddo scaccia freddo, e lunghi silenzi, che le parole costano fatica.
Uma bifana è più del tempo per cuocere, dei minuti che passano per tagliare il pane, lavare l’insalata, affettare i pomodori, unire il tutto con gesti anche lenti, servire nel piatto bianco, portare al tuo tavolo e far sparire il tutto in bocconi lunghi.
Se sei a Carrapateira, sole o nebbia, vento e mare, dune come tutte le donne che hai avuto, onde come i respiri che ti mancano, il sale sulle labbra e nell’anima, uma bifana è un’attesa dolce, un tempo leggero, una clessidra che volti con pazienza, un rosario lento che ripeti fedele, noncurante della fretta.
Si misura il tempo in bifane, quando lo scorrere del tempo perde importanza ed il tempo di vivere ne acquista. E capita, perché no, di concedersi dois bifanas, senza chiedersi se è di tempo o carne la voglia.

Una bifana son circa quarantacinque minuti un‘ora, a seconda del luogo.

Ma può essere anche meno. O più.

Si può dire, per esempio, ci vediamo tra una bifana, dando così solo un vago appuntamento, un’indicazione di massima, un’appiglio a cui appendere le lancette.

Viene cotta tra spezie la carne di maiale in fette piccole e sottili e si adagia del quejo tagliato fine a sciogliersi sopra.

Una fetta di pane casareccio dalla mollica fitta, una foglia d’insalata verde appena lavata ad accogliere la carne. Poi, a coprire, cipolla tagliata a mezze rondelle, che lì è dolce e saporita, sale e pepe. Accanto, un’altra fetta di pane con solo l’insalata verde e qualche fetta di pomodoro. Il bianco del piatto e l’asciutezza del maiale, così, trovano equilibrio.

Se il sole arde, il vento porta via la sabbia da duna a duna, il mare è freddo, i muscoli dolgono, la pelle tira per il sale e ci si avvicina lentamente, a piedi nudi, sull’asfalto ed il ciotolato, ci si siede dopo aver lasciato poco distante la macchina e le tavole, le banconote umide stropicciate in tasca, un sigaro semispento, allora il tempo è un rosario lento di Imperial in bicchieri ghiacciati, frasi a mozzichi su onde e gesta, palpebre abbassate per il riverbero e lunghi silenzi.

Se la nebbia sale improvvisa, il mare si fa grigio e distante, il freddo aghi nelle mani scoperte dalla muta, le labbra tendono al blu e ci si avvicina lentamente, a piedi nudi, la felpa a coprire i brividi, il cappuccio in testa, ci si siede col fiato corto, la banconote umide stropicciate in tasca, un sigaro semispento, allora il tempo è sempre un rosario lento di Imperial in bicchieri ghiacciati, che freddo scaccia freddo, e lunghi silenzi, che le parole costano fatica.

Uma bifana è più del tempo per cuocere, dei minuti che passano per tagliare il pane, lavare l’insalata, affettare i pomodori, unire il tutto con gesti anche lenti, servire nel piatto bianco, portare al tuo tavolo e far sparire il tutto in bocconi lunghi.

Se sei a Carrapateira, sole o nebbia, vento e mare, dune come tutte le donne che hai avuto, onde come i respiri che ti mancano, il sale sulle labbra e nell’anima, uma bifana è un’attesa dolce, un tempo leggero, una clessidra che volti con pazienza, un rosario lento che ripeti fedele, noncurante della fretta.

Si misura il tempo in bifane, quando lo scorrere del tempo perde importanza ed il tempo di vivere ne acquista. E capita, perché no, di concedersi dois bifanas, senza chiedersi se è di tempo o carne la voglia.

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